Intervista Scemiseria a Miriam Palombi
On 12/04/2021 | 0 Commenti

Daniele: Buongiorno a tutti e ben tornati dopo la pausa pasquale. Sì, lo ammetto, sia io che gli ospiti eravamo attorno alla griglia a sbaffarci l’impossibile ed è difficile fare domande con la bocca piena e scrivere con le dita unte. Quest’oggi avremo con noi colei che fa accapponare la pelle con un sussurro e le cui frasi sono precise e incisive come un coltelle che scivola su un nervo scoperto. Ho l’enorme piacere di presentarvi Lady Dark, Miriam Palombi e le sue oscure meraviglie. Tra le sue opere con la Dark Zone possiamo citare Le Ossa dei Morti, Piccoli Passi nel Buio, il Pentacolo, L’Archivio degli Dei. Inoltre è stata la curatrice della raccolta Gothica, piena zeppa di racconti un Poe dell’orrore un Poe thriller. Senza ulteriore indugio andiamo a cominciare.

Daniele: Benvenuta Miriam, non ti chiedo se sei pronta a questa tortura perché in quanto esperta di horror avrai inflitto ben di peggio ai tuoi personaggi. Certo, in un mondo in cui esiste Uomini e Donne è difficile infliggere qualcosa di peggio a qualcuno, ma noi ci si prova comunque. Ma partiamo coi tuoi lavori. Come ti è venuta l’idea di creare le Ossa dei Morti? E perché non quelle dei vivi?

Miriam: Ci sono torture e torture! Il trash che dilaga in tv, nei reality e affini, è qualcosa di molto sottile… preferisco volgere lo sguardo altrove, per esempio al mondo del paranormale. Ecco perché Le Ossa dei Morti…e non dei vivi! Scherzi a parte l’idea de Le Ossa dei Morti è nata come omaggio a uno degli archetipi dell’horror. La Casa Maledetta. Credo che ogni autore, appassionato di questo genere, abbia almeno una volta nella vita pensato di scrivere una storia di questo tipo.

D: Come già citavi, all’interno del romanzo ha un ruolo importante la casa, un luogo corrotto dagli eventi e spogliato della sua aura di sicurezza. So che uno dei meccanismi più efficaci degli horror è quello di trasformare qualcosa di familiare in un incubo. Ti piace applicare questo genere di soluzione?

M: Sì, luoghi comuni, che consideriamo sicuri, possono trasformarsi in qualcosa di cupo e spaventoso. Ma non solo; legami familiari e situazioni quotidiane possono rivelare aspetti inquietanti. Per quel che riguarda le ambientazioni, credo che fondamentale sia il concetto di “spazio chiuso”. Ha una valenza simbolica di alienazione, amplificando ogni esperienza.

D: Restando sui temi degli horror, una cosa molto importante è il rapporto tra vivi e morti. Credi che il velo tra le due dimensioni dell’esistenza possa essere attraversato? Se sì, in modo fisico come gli zombie (no, non mi riferisco al pre-caffè del lunedì mattina) oppure più spirituale come le sedute in cui la medium di turno contatta zio Calogero per la modica cifra di due caciotte? Oppure ancora in modo più allegorico, garantendo ai vivi l’immortalità e ai morti il ricordo?

M: Avendo io, in qualche modo, già fatto “il viaggio” di andata e ritorno… sì, è una lunga storia, (e non chiedetemi se ho visto la luce in fondo al tunnel), mi piace pensare che le due dimensioni siano complementari l’una all’altra. L’energia residua rimane e permea la nostra realtà.

D: Ah, l’energia. Mi sa che un giorno dovremo farci una chiacchierata in merito. Ma restando sui temi dell’intervista, mi sono sempre chiesto quale fosse il ruolo dell’ignoto nel tuo lavoro. Una volta qualcuno disse che il sonno della ragione genera mostri (Francisco Goya ispirato da Immanuel Kant ndr), credi che anche quelli presenti nella letteratura orrorifica possano avere la medesima origine?

M: Tutto parte dal concetto di “paura”. L’orrore trae forza dall’immaginario collettivo, attinge dal fondo dell’animo umano, dalle sue zone d’ombra, dove giace l’inquietudine esistenziale.

D: Ora, per non scontentare i tuoi fan, esistenzialmente inquieti, è tempo di parlare anche dei mistery thriller e di lavori come il Pentacolo, dove c’è sempre una spiccata attenzione per l’occulto, ma l’impostazione è più votata all’azione e all’indagine. Quanto è difficile passare da un genere all’altro senza perdere la propria identità letteraria?

M: La mia “identità” di autrice è sempre la stessa, sono le tematiche a mutare. Il filo conduttore è il “mistero”. Che sia la ricerca di una reliquia persa nel tempo, o il giungere al cuore di una spaventosa leggenda popolare, oppure lo svelare il potere esoterico di alcuni oggetti, è l’alone di mistero che ammanta ogni cosa a stuzzicare la mia fantasia. Così passo dal thriller esoterico, al dark fantasy ma tutto condito in salsa horror, la mia vera passione.

D: Dopo questo momento di serietà, passiamo all’attualità, cosa alquanto tragicomica. Evitiamo di parlare di pandemia perché il collegamento con l’horror sarebbe troppo ovvio, mi viene da porti un quesito. Meglio vivere in una nazione dal potenziale infinito guidata da incompetenti o in uno stato povero ma guidato da una personalità lodevole?

M: Credo che una guida illuminata possa fare la differenza. Mi piace pensare che l’intelletto e la cultura, prima o poi, salveranno il mondo.

D: Lo credo e lo spero anche io. Dopo horror e politici scadenti, passiamo a un tema più leggero: l’amore. Qual è lo spazio dedicato all’amore nei tuoi libri? Sei anche tu d’accordo con l’adagio dei film americani in cui la coppietta si salva sempre e l’afroamericano muore per primo?

M: Il passo verso il baratro dello stereotipo è breve. Non comprendo come alcune dinamiche horror si siano fossilizzate in cliché, a volte simpatici, ma per la maggior parte dei casi insopportabili. Io ho risolto il problema a modo mio. L’amore nei miei testi? Non pervenuto. E riguardo a chi “muore per primo”…hanno tutti le stesse possibilità!

D: E l’erotismo? Tolto che andrebbero rivalutati a causa di una strana passione per il rafano, gli antichi greci sostenevano che Eros e Thanatos fossero legati, che amore e morte fossero due facce della stessa medaglia. In tempi più recenti figure come quella del vampiro sono state elevate a simboli della passione incontrollata. Credi che esista un legame tra la pulsione di morte e la sfera sessuale?

M: Certo, come ogni istinto viscerale. Spesso i miei cattivi sono predatori sessuali che non riescono a governare la parte istintiva e animalesca che alberga in tutti noi, è inutile negarlo. Io ovviamente porto all’eccesso comportamenti già esecrabili, si arriva così al volersi nutrire del proprio amante, al volerne conservare parti del corpo come feticcio…ecc ecc. Meglio non scendere nei dettagli, qualcuno potrebbe impressionarsi!

D: In effetti non riesco a immaginare nulla di più raccapricciante di voler portarsi in giro per sempre la propria ex. Battute facili a parte, passiamo a un momento di alta letteratura. Esiste un autore di cui invidi il talento o cui vorresti poter rubare il primato su un’idea? Quale?

M: Pensando all’universo narrativo così strutturato e complesso di Harry Potter mi verrebbe da dire J.K. Rowling. Mentre, pensando in schemi più horror, invidio la produttività di King.  Il fatto che riesca a sfornare romanzi e racconti senza sosta, mentre io sono di una lentezza esasperante.

D: Confesso di essermi aspettato King, ma non la Rowling. Davvero una sorpresa. Per scoprirne altre ti invito a parlarci un po’ di te. Cosa fai quando non sei impegnata a farti intervistare controsole in fiera? Ci sono delle passioni, anche strane, che ti va di condividere con noi?

M: L’immagine di me con gli occhiali da sole è oramai divenuta iconica… e presto verrà stampata su magliette e gadget. Scherzi a parte ho gli occhi così sensibili che in quell’occasione ho rischiato di perdere la retina, ma non deludiamo i fan! Parlando delle mie passioni, ne ho una insana per i cimiteri antichi, e i cimeli macabri vittoriani. Pensando a qualcosa di più comune direi i videogames, ma è una passione che tengo nascosta. La gente accetta di più che possa vagare tra le lapidi di vecchi cimiteri, piuttosto che alla mia età io adori ancora la PlayStation.

D: Mi sa che alla prossima fiera tormenterò questo tuo lato gamer di cui ero all’oscuro. Ultimissima domanda. La vita è una scatola di cioccolatini o una ciotola di croccantini?

M: Per il problema di cui abbiamo accennato sopra, relativo al tunnel, alla luce ecc, non potrei mangiare né una né l’altra. La vita è riso e pollo lesso, va bene uguale?

D: Va bene qualsiasi cosa ti permetta di essere qui con noi. Che poi dai, riso e pollo lesso fa molto zen, quindi ha un suo fascino. Scherzi a parte, grazia di avere sopportato la nostra ironia da bar di provincia e aver accettato di rispondere all’Inquisizione Spagnola. Un saluto e un grazie anche ai nostri lettori che non si lasciano sfuggire una singola parola dei loro autori preferiti. Vi vogliamo bene. Ma in modo positivo eh, non in quello strano modo che prevede torture e parti del corpo sul comò.
Un abbraccio a tutti.

Daniele Viaroli

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