Intervista onirica a Luigi Carrozzo
On 01/12/2021 | 0 Commenti

 

 

Buongiorno oscuri e buon primo mercoledì del mese.

Arrivo puntuale con un’intervista a un autore horror, ma non solo.

Con lui ho parlato di opposti, di Femminile e Maschile, della paura che può essere strisciante, di reazioni forti e dell’inaspettato.

A voi, Luigi Carrozzo!

Sono solo, a casa. È giorno: una mattinata piuttosto luminosa.

D’un tratto sento uno strano tramestio fuori dalla porta d’entrata. Controllo dallo spioncino: fuori c’è una donna. Una zingara, o meglio, una sorta di strega, capelli crespi, il naso adunco, la voce stridula.

Evidentemente mi sente o forse percepisce la mia presenza e mi chiede di aprire, di lasciarla entrare. Io non le rispondo, quella donna mi rende inquieto, mi fa paura. Spero si convinca che in casa non c’è nessuno e se ne vada. Mi allontano dalla porta e resto in attesa.

La sento armeggiare alla serratura, poi accade una cosa terrificante. Qualcosa passa dal sottilissimo spiraglio che c’è tra porta e parete: sembrano viticci neri, legnosi, tentacolari. Si annodano tra loro fino prendere la forma di mano.

Quella mano, poi, tenta di aprire la porta dall’interno. Sono terrorizzato. Afferro qualcosa, non saprei dire con precisione che cosa: un martello, forse, un corpo contundente. Colpisco con forza la mano che, ferita, si ritrae. Guardo di nuovo dallo spioncino. Fuori non c’è più nessuno. Faccio anche di più: apro la porta. Il pianerottolo è deserto.

Beh, fu un sogno molto vivido, infatti mi è rimasto in testa per un bel po’.

Nel sogno vediamo un contrasto tra la giornata luminosa e quel che accade successivamente. Come vivi le situazioni in cui si presentano simultaneamente aspetti opposti?

Dal punto di vista narrativo, gli opposti sono sempre parecchio stimolanti: il bene e il male, la vita e la morte, i buoni e i cattivi, gli angeli e i demoni.

D’altronde, è proprio sulle pareti imbiancate di fresco, candide e immacolate, che si può scorgere anche la minima crepa; ed è da lì che entra la luce. O forse l’oscurità. Quando scrivo, cerco spesso situazioni del genere: apparentemente confortanti ma che a ben vedere nascondono angoli bui.

E in quegli angoli succede di tutto. Anche quello che razionalmente non dovrebbe accadere. Non a caso, prima di tutto da lettore, amo i romanzi in cui in un contesto concreto e realistico all’improvviso irrompe un elemento folle, inquietante, disturbante; amo quella che un maestro della scrittura chiama “letteratura dell’irrazionale”.

Che rapporto hai con il Femminile in senso ampio e archetipico?

Bella domanda, tanto più in questo periodo in cui il concetto di genere assume contorni sempre più sfumati.

Il mio rapporto con il Femminile (ma anche con il Maschile e invero con qualsiasi altro aspetto del nostro essere umani, troppo umani) è di estrema curiosità e, quando capita, di gradevole stupore. Indossare i panni dell’altro, pronunciarne le parole, addirittura pensarne i pensieri è uno dei grandi godimenti di cui è permeata la letteratura.

D’altra parte, anche la questione archetipica è narrativamente molto intrigante; nel mito e nel folklore l’immagine della donna è spesso rimasta incatenata a ruoli predefiniti, che hanno avuto inevitabili ripercussioni anche a livello sociale. Per cui la donna o era rassicurante (la vergine, la madre, la sposa, l’angelo, la fata) o era fonte di turbamento (la seduttrice, la strega). Ed è piuttosto inquietante considerare che tale dicotomia è tutt’oggi ancora in voga, basti guardare come viene rappresentata la donna in gran parte delle pubblicità televisive.

Fortunatamente, in letteratura si è andato molto oltre. Tuttavia trovo molto stimolante – da lettore e da scrittore – quando vengono affrontate le caratterizzazioni più canoniche e forzate le catene di cui sopra.

Che cos’è la paura?

La paura è un sentimento atavico, primordiale, che accompagna l’uomo dalla notte dei tempi. Anzi, si potrebbe quasi azzardare che la storia dell’uomo è una storia della paura, una storia fatta di paura e di conoscenza. L’uomo ha avuto paura del fuoco, finché non è riuscito a conoscerlo e dominarlo, ha avuto paura degli elementi atmosferici, delle malattie, di Dio.

La paura vive gomito a gomito con la conoscenza, esistono sullo stesso piano della realtà ma non possono coesistere nello stesso momento, perché ciò che impariamo a conoscere smette di farci paura: vale per le antiche superstizioni, così come per le divinità e i demoni, vale per i virus e per la materia oscura dell’universo.

Riflettendoci, lo stesso concetto di letteratura nasce a braccetto della paura; Nabokov, infatti, sosteneva che la letteratura è venuta alla luce il giorno in cui un ragazzino è corso per le strade del suo villaggio gridando “al lupo, al lupo” spaventando tutti, ma il lupo, naturalmente, non c’era. E proprio come quel ragazzino, i grandi scrittori che si cimentano con la paura (ma non solo), sono quelli capaci di farci credere che qualcosa che non dovrebbe esistere, invece esiste.

Che tipo di paura incontriamo nei tuoi romanzi?

Strisciante. Ecco, la prima parola per descrivere il tipo di paura presente nei miei scritti è proprio questa: strisciante.

Non racconto paure esplosive, apocalittiche, né mi soffermo su efferatezze morbose. Niente di tutto questo. La paura, nelle storie che narro, trasuda dai muri, intride gli abiti dei personaggi.

È nello smog che assedia la città, nelle luci tenui, malate e rarefatte di una Milano che non ha niente a che vedere con quella cosmopolita della moda, della Madonnina lustra, delle start-up.

È una Milano periferica, sconfitta, impaurita e al contempo spaventosa. Una metropoli gotica.

Alla fine del sogno hai una reazione forte e colpisci quella mano che tenta di entrare. Nella vita reale, quali sono gli eventi che ti fanno avere reazioni forti?

Con la paternità, almeno per come la vivo io, cambiano un po’ di prospettive.

Le paure reali, quindi, sono quelle che riguardano in qualche modo i miei figli; paura che possa capitare loro qualcosa e che io non possa impedirlo né intervenire. Se parliamo di reazioni positive, be’ ci sono romanzi che mi hanno fatto dimenticare di essere in metropolitana e di conseguenza ho saltato la mia fermata, così come ci sono delle canzoni – ma anche semplici assoli o brani pianistici – dentro le quali mi perdo, mi ritrovo e mi riperdo di nuovo: sono sensazioni totalizzanti. Qualcosa di indescrivibile e inarrivabile.

Nel sogno vieni aggredito mentre ti trovi in casa, un luogo che si presume sicuro. Come vivi le insicurezze e i contrattempi che la vita inevitabilmente ci presenta?

Con il tempo, con l’età, credo si impari a vivere, come dire, a compartimenti stagni; almeno, io faccio così. Ci sono ore dedicate al lavoro, altre dedicate alla famiglia, altre ancora a me stesso e via dicendo.

È bene, quindi, fare in modo che non ci siano straripamenti: tener fuori i problemi famigliari dal lavoro e viceversa, per esempio.

Inoltre, un po’ come accade per i bambini piccoli, seguo una mia routine e cerco il più possibile di non sgarrare. È un comportamento ossessivo? Può essere, ma lo trovo funzionale alla mia vita.

Mi si potrebbe chiedere: e per i contrattempi inattesi? Improvviso, d’altra parte sono un amante del jazz. Aspirante pianista (almeno nei miei sogni, quando non ci sono mostri da combattere dietro l’uscio di casa).

La scrittura è un luogo di sicurezze o di eventi inaspettati?

La scrittura ha le sue regole, e le regole danno sicurezza. Ma la scrittura è anche il regno della meraviglia. Quindi: entrambe le cose. La letteratura, o forse l’arte in generale, è una continua oscillazione tra conforto e stupore.

Grazie Luigi!

Vi lascio con la cover del romanzo di Luigi, disponibile nel catalogo horror DZ.

 

Daisy

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