Intervista onirica a Daniele Viaroli
On 01/04/2020 | 0 Commenti
Daniele Viaroli

Il primo mercoledì del mese è dedicato al mio editoriale onirico e non sia mai che io non onori un appuntamento, quindi questo non è un pesce d’aprile.

Anche se il mio ospite di oggi si presta alla giornata. È un autore che scrive romanzi con un tratto umoristico marcato, ma non dovreste farvi ingannare, spesso quel che è lieve conduce alla profondità. E lo scambio che ho avuto con lui mi ha confermato in pieno questa sensazione.

Abbiamo parlato di cosette minime, discorsetti: la trascendenza degli opposti, della vita che ci trasforma, di volontà e di potere. Ma anche degli odiatissimi unicorni e di macchinine.

Signore e signori, Daniele Viaroli!

Daniele, raccontaci dei tuoi sogni.

I miei sogni ricorrenti sono tre:

– il primo risale a quando ero bambino, sono all’asilo attorno a una magnifica fontana e sto gareggiando sul bordo con la mia macchinina preferita. All’improvviso la macchinina si volta verso di me, prende vita e muta in un unicorno alato che se ne vola via. (Da quel giorno odio gli unicorni. Ti pare che mi fregano la macchinina preferita?)

– Il secondo è un po’ più serio. Sono sull’orlo di un precipizio e guardo verso il tramonto con aria da poeta maledetto in pieno romanticismo. Rimango lì un po’ per poi tuffarmi, planare fino sul fondo del canyon e trovarmi in mezzo a strane creature di vario genere tra cui ci mostri, bellezze aliene e chi più ne ha più ne metta. Di solito qui varia. A volte è una situazione paradisiaca di gioia e festa. Altre una battaglia contro i mostri. Quasi sempre si conclude con me che me ne esco dal canyon ed emergo stile figo al centro di una città.

– L’ultimo lo faccio di solito quando ho la febbre che vedo il mio corpo come un campo di battaglia e l’esercito barbarico dei virus che viene affrontato dai mech degli anticorpi.

Tra l’altro mi capita spessissimo di riuscire a influenzare il finale dei sogni. Anzi quasi sempre. Almeno dei sogni che ricordo.

Sia nel primo che nel secondo sogno ci sono delle “situazioni border line”, nel senso che tu ti trovi su un bordo (il bordo della fontana e il precipizio del canyon). Questa è una caratteristica anche nella vita reale? Ti trovi in condizioni di confine tra una situazione e un’altra, tra stati emotivi diversi?

Credo di sì. In generale nella vita non mi è mai piaciuto essere troppo parte della massa, ma allo stesso tempo non amo esserne del tutto al di fuori. Sono una persona sociale e socievole, quindi ho bisogno del contatto umano eppure molte regole mi stanno strette, sopratutto quando hanno perso la loro motivazione per diventare solo imposizioni. Anche in altri ambiti, sia emotivi che pratici, amo questa continua ricerca duale, interiore ed esteriore. Credo sia il modo migliore per capire la vita e il suo rovescio. Troppe cose importanti sono più facili da perseguire tenendo d’occhio il loro contrario.

E infatti questo aspetto emerge anche dalla varietà di creature che trovi nel canyon, che possono essere fantastiche o mostri da combattere. Alla fine ti ergi su tutto. Riprendendo quanto hai detto poco più su, il senso del procedere è quello di danzare tra gli opposti per trovare un equilibrio superiore? (Domandina da poco, lo so)

Assolutamente sì. Credo che in ognuno di noi esistano molti opposti che si scontrano tra loro, spingendoci a dubitare di chi siamo, di dove siamo diretti, a volte persino di chi abbiamo attorno. Ho imparato lungo il percorso della vita (o almeno lo spero) che l’unico modo per trovare un po’ di quiete in questa tempesta non è tanto sfuggirle quando tuffarsi di testa per raggiungere l’occhio del ciclone. La vita è un eterno divenire e credo che ognuno di noi debba mutare con lei con la stessa delicatezza dei venti e allo stesso tempo trovare un centro saldo e inamovibile in cui ricostruire pace e armonia. Forse è proprio l’idea di trovare un equilibrio al di sopra della conciliazione degli opposti a rendermeli tanto affascinanti. D’altronde qualcuno disse che comprendere il significato di qualcosa è l’unico modo per domarla. Se la nostra anima è fatta di contrasti, trovo che l’unico modo per appianarli sia studiare le diversità e spingerle ad accogliersi tra loro.

Pensando alla macchinina che diventa unicorno (comprensibile la tua avversione per queste creature), tutto si trasforma nella vita o ci sono elementi che possono sperare di restare immutati?

Questo è un argomento davvero complesso. Credo che nella vita ogni cosa possa mutare e trasformarsi, ma che dentro di noi esista una zona franca in cui qualcosa può durare in eterno. Ho sentito spesso dire che laggiù risiede la nostra parte inconscia e non razionale. Non sono molto d’accordo. Anzi, penso che quel nocciolo invariabile nascosto dentro di noi dipenda molto di più dalle nostre scelte di quanto crediamo. Al suo interno ritengo sia possibile riporre le scelte che hanno definito chi siamo e tracciato la rotta di crescita verso il nostro ideale. Credo anche che quel nocciolo non sia infinito e abbia uno spazio limitato al suo interno. Sta a noi selezionare cosa riporvi. C’è chi sceglie valori come giustizia e libertà, chi le persone amate, chi qualcosa di più primordiale e irrazionale. Purtroppo c’è anche chi vi porta tanta paura, rischiando così di non comprendere mai quella parte più profonda di sé.

Cos’è per te la volontà?

È quella scintilla divina che ci consente di realizzare anche le più grandi imprese. È l’unica vera forza di cui siamo dotati. Personalmente, in accoppiata con la speranza, le ho sempre dato un grande valore, poiché ci consente d’affrontare le parti più buie di noi stessi per trovare il coraggio necessario a oltrepassare i nostri limiti. Senza non credo si possa ottenere molto nella vita. Di certo non si può essere felici. Con questo non intendo che sia obbligatorio imporre la propria volontà al mondo intero. Piuttosto ritengo sia necessario esercitarla per non scivolare in uno stato di sudditanza e rassegnazione. Credo esista una gigantesca differenza tra il vivere qualcosa perché si è stati costretti e il vivere la medesima situazione perché la si vuole da sempre. La prima è una condanna, la seconda un traguardo.

Prima accennavi alla possibilità di modificare il finale dei sogni. Cos’è il potere? Come lo eserciti?

Dovessi riflettere sui sogni ti risponderei che è quel momento in cui prendi consapevolezza di cosa sta accadendo e imponi la tua volontà sugli avvenimenti. La sensazione è strana, lenta e graduale, ma dotata della forza di mille tuoni. Non saprei spiegarla altrimenti. Riflettendo, invece, sul senso più ampio del concetto di potere risponderei che è un’arma estremamente efficace. Nelle mani giuste diventa l’opportunità per cambiare le cose, svegliare le coscienze e difendere la giustizia. Nelle mani sbagliate è la rovina di tutto quanto.

Tornando alla possibilità di cambiare un finale, cambieresti qualche finale nella tua vita?

Da ragazzino ero solito pensarlo. Avrei voluto che molte cose fossero diverse, la vita più semplice e meno dolorosa, che non mi venisse costantemente chiesto di resistere all’impossibile laddove quasi tutti gli altri potevano godersi la vita. Oggi mi rendo conto che, senza le difficoltà e i finali dolceamari, ora non sarei in piena corsa per realizzare i miei sogni. Probabilmente una vita normale sarebbe stata più semplice, ma decisamente più noiosa. Quindi no. Mi tengo i miei fallimenti, le mie cicatrici e le mie speranze d’arrivare prima o poi dove voglio.

Che dire? Grazie, Daniele. Spero che l’intervista sia piaciuta quanto è piaciuto a me farla.

Questo è il romanzo di Daniele, lo trovate disponibile nello shop della DZ Edizioni, tra queste pagine.

Cover di Antonello Venditti

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